4 marzo 2010

Corsa in sogno...


Vidi vaste lande apparirmi in sogno

e dolci vergini dal sibilo soave

e fiumi in piena rifarsi il letto

seguendo il ripido percorso del bosco.

Udì in lontananza un canto tribale….

-Sciamano,danza per me….

chiudi gli occhi,apri la mente

e vaga per spazi indefiniti.

Affanno,corsa,riparo,ripartenza;

dolce e tenue arrestarsi…

destarsi,vegliare,dormire.

Sull’erba umida,uno alla volta,

delicatamente glaciale,

sorprendentemente ardente,

istintivamente ninfale;

le sue orme irregolari e leggiadre,

quasi segni di mistica avvertenza;

ora due,ora una……

quasi saltellasse su un piede solo.

Affanno,corsa,riparo,ripartenza;

dolce e tenue arrestarsi……

destarsi,vegliare,dormire.

Come nembi gravidi,che gettano

vita su arse foreste,

così io piango affannato,

grido correndo,

ansioso verso un riparo

e rido ripartendo;

e mi desto, ri-veglio,e ancora giù…

correndo in sogno…


15 febbraio 2010

No potho reposare



No potho reposare
Non potho riposare amore ‘e coro,
pensende a tie so d’onzi momentu.
No istes in tristura prenda ‘e oro,
ne in dispiaghere o pensamentu.
T’assicuro che a tie solu bramo,
ca t’amo forte t’amo, t’amo e t’amo.
Si m’esser possibile d’anghelu
s’ispiritu invisibile piccabo.
T’assicuro che a tie solu bramo,
ca t’amo forte t’amo, t’amo e t’amo.
Sas formas
e furabo dae chelu su sole e sos isteddos
e formabo unu mundu bellissimu pro tene,
pro poder dispensare cada bene.
Unu mundu bellissimu pro tene,
pro poder dispensare cada bene.
Non potho reposare amore ‘e coro,
pensende a tie so d’onzi momentu.
T’assicuro che a tie solu bramo,
ca t’amo forte t’amo, t’amo e t’amo.
T’assicuro che a tie solu bramo,
ca t’amo forte t’amo, t’amo e t’amo

18 gennaio 2010



Sono assuefatto dalla vita, in ogni suo aspetto, dalle condizioni primordiali fino ai richiami reconditi che ogni bisogno può dare.
Ogni giorno apro gli occhi e respiro il sano profumo del caffè e l’insano gusto della nicotina senza voglia; ma è un bisogno e tutti i bisogni vanno assecondanti, senza pensare a cosa succederà dopo, a volte scrutando appena le conseguenze che, qualunque esse siano, ci lasciano indifferenti almeno per qualche attimo. Dalla Persia all’ India, dal Tibet a Kabul, tutti gli uomini hanno in se un istinto al bisogno che solo parte della morale e delle persone che coabitano il tuo ambiente possono attenuare. La libertà, solo nella libertà non c’è assuefazione, perché mai chi è libero, e lo è davvero, sente nelle vene pulsare un sangue amaro.
Lacrime a parole sono le cose da cui più dipendiamo, ma per parlare e piangere ci voglio assuefazione e slancio e slancio nell’ignoto.
I grandi asceti e gli Shamani andavano in estasi con la preghiera, ma anche il peyote faceva la sua parte. Se le porte fossero sgomberate, tutte le porte della percezione, ogni cosa apparirebbe così com’è: infinito. Questo è il mero bisogno dell’uomo, scoprire cosa ci sia al di là,
La natura dell’uomo, selvaggia ed animale, fatta di terra, fango e mare, si nutre di bisogni, fisici e psicologici, e quando due volte torna allo stesso punto, quando rende la grande dualità ad una cosa, vuol dire che ama il bisogno in se, il tutto che diventa uno.
E dipendere, e alla fine della storia essere assuefatti, vuol dire avere un grosso vuoto dentro che solo un vizio o una parvenza di qualcosa di simile che manca riempie in parte.
Il corpo è violentemente attratto da tutto ciò che lo denutre e lo fa andare verso i neri colori della distruzione, ma solo perché psiche e spirito sanno che la distruzione della materia, l’assuefazione dell’io al sé, significa conoscersi e conoscere le singolarità, abbattere il preconcetto e renderlo spoglio, primitivo, conoscibile... In fondo cosa ce ne facciamo delle leggi generali a cui ogni giorno, come utili idioti ci sottopongono per crearci quella dipendenza ad un sistema malato che non merito i nostri spiriti e le nostre lacrime. Essere quel che gli altri vogliono che tu sia
e non quello che tu sei realmente…la grande tragedia della dipendenza
Quindi domani fate al contrario, piangete ridendo e gioite di lacrime, così che, non vi abituerete mai alla vita così come ve la rappresentano, seduti in platea plaudendo la commedia, ma come voi avete scelto di recitare…

22 dicembre 2009

Buon Natale...



Buon Natale a quelli che il Natale non lo festeggeranno, perché sono tristi, perché hanno perso la persona cara, o semplicemente perché non ci credono.
Buon Natale chi non avrà un bel piatto di lenticchie fumanti,i genitori al proprio canto, un’intera famiglia e gli amici con cui condividere; a chi è cinico e quindi “il Natale non serve”; ai criticoni del consumismo a quelli che “il Natale quando arriva arriva”;
Buon Natale a coloro che la società chiama diversi: grazie a loro un giorno non saremo una massa informe, ma gente che pensa e non critica..o meglio, è critico pensante…
Buon Natale alla terza età: a quella al caldo, con la pensione maggiorata per fare il regalo ai nipoti, ma soprattutto a chi è nelle case di cura o negli ospizi a guardare ed aspettare alla finestra nevicante un amore o un figlio che non arriva mai;
Buon Natale ai poveri, quelli sconosciuti, quelli reali, che nel nostro paese aumentano sempre più; a chi in qualsiasi mese non può permettersi le cene galanti, le prime visoni sul digitale, il cinema e i regali; a chi si alza la mattina alle 4 per fare il pane; a chi dopo un ‘ora va in campagna e dopo due costruisce le case da dove comodamente io scrivo e voi leggete;
Buon Natale ai venditori ambulanti, a chi si guadagna il pane soffrendo perché la vita non gli ha dato la fortuna(o sfortuna) di aver una scrivania o un leggio, le mail, facebook e messanger, ma a casa ha 4 bocche da sfamare e lo fa con dignità.
Buon natale ai coerenti, a quelli che così “ho iniziato e così devo finire” ai perbenisti ai criticoni e ai moralisti: in fondo c’è un cielo ed un natale per tutti noi.
Buon natale a chi è in ospedale, a chi stapperà un flebo al posto del Gancia, a chi passeggerà fumando di nascosto e alla fine getterà via cicca come un petardo;
Buon natale a chi è fuori per lavoro, a chi riceverà gli mms col roaming, ma non sarà lo stesso perché la campagna con gli amici il trentun dicembre ha qualcosa di magico;
Buon natale a chi domani non si alzerà forzatamente, perché ha dato l’ultimo esame o “la scuola è finita”; a chi non ha perso il lavoro e manderà 200 curriculum inutile che “tanto si sa come vanno queste cose, se non sei raccomandato puoi scrivere una Treccani, ma nada!”
Buon Natale a chi non può fare i regali perché è al verde e allora si siederà a farne uno proprio che non costa nulla ma vale più di uno stupido Alviero Martini.
Buon natale chi domani andrà dal direttore di banca a ricontrattare un mutuo che gli ha “costretto una vita; a chi ha la macchina da pagare, l’università da mantenere, i figli da educare;
Buon natale a chi ha qualcosa da dire e non si vergogna di farlo, perché se auguri buon Natale lo fai solo col cuore e le cose dette col cuore possono sembrare ridicole, ma sarà grazie a questa gente che cambieremo il mondo…..

17 dicembre 2009



...ogni tanto è utile scarabocchiare se stessi non delle cose sovrabbondanti o visibili, ma di quelle fondamentali e sentite.

Niente non vuol dire vuoto, o nulla, anzi!.

Il niente è un mondo complesso, articolato, non catalogabile, forse incategorizzabile, di cui si parla a briglia sciolta, ma che in realtà si avverte quando si è soli, in una stanza; - e già la tua stessa compagnia fa rumore.

Il niente è quel linguaggio che hai dentro, ogni santa notte; una vocina instancabile che ti mette di fronte le immagini della vita e dei cammini possibili.

Il niente è una vertigine assoluta, che se vi cadi non risali più: non perché non vuoi, ma perché si fa talmente amare che, cadendo, si impara a volare anche se poi non riesci ad atterrare.

Si è soli con ciò che sia ama e se lo si ama perdutamente, nonostante la miseria delle nostre vite, nonostante ciò che la realtà ti ruba, nonostante i sogni finiti in quel niente, che non è niente, ma forse non è neanche tutto.

E quando ti diranno: “Tirati su, non è niente!”, tu sorriderai, perché non lo avevi chiesto che non lo fosse; perché in fondo volevi volare, anche quando sembravi incazzato e non ne volevi parlare, quando sembravi triste ed invece stavi solo riposando le tue ali; quando ti raccomanderanno i tuoi vizi che invece per te erano bisogni, quando crederanno di averti inglobato in due frasi e invece ti sentivi un libro dentro, da sfogliare a caso; quando nel loro linguaggio eri speciale e invece non lo volevi essere, quando in fondo, è solo ascoltando quella vocina che poi alla fine trovi il coraggio finalmente di parlarti e di dirti tutto ciò che d’importante c’è da dire...

11 dicembre 2009



Sognavo d’un uomo qualche notte fa, lontana non so quanto.
E così irruppi nella sua stanza, avvolta in un denso calore, nonostante fuori imperasse l’inverno.

E lo vidi, quasi spiandolo, attento a non fare il minimo rumore..lo vidi chino su una seggiola di legno. Stava seduto sui vimini vecchi, come le rughe che avevano segnato il suo volto; attorno alla sua bocca, appena sotto la barba, due righe di pelle camuffata, segno dei tempi ma anche di una vita allegra, passata a sorridere ed amare.
Mi avvinai, quasi strisciando, l’ombra delle mie leve proiettata su un muro rosso come la fioca luce della candela che lo guardava.
Alzò gli occhi, mi guardò intensamente, eppure il suo sguardo mi attraversò e si perse lontano. Sulla destra un bicchiere, la fata verde, sulla altra il tabacco ormai consumato, come la carta che lo avvolgeva, che emanava un odore di ciliegio e ne riempiva l’aria, ormai satura.
Svuotato il bicchiere prese in mano lo scalpellino, da terra un pezzo di pietra, ed iniziò ad intagliarla, con cura.
Il suo volto assunse una espressione strana, sembrava assorto eppure cosciente; le sue mani, sporche e consumate dalla fatica e dall’amore per la scultura erano tutt’uno con il masso che prendeva vita. Tagliò due occhi stupendi; boccoli come d’un Dio Greco scesero su un volto immacolato ed incredibilmente bello. Un collo lungo e perfetto e dietro le spalle due ali, bianche come la neve che si poggia sui sentieri dicembrini.
Passarono le ore, eppure non me accorsi, estasiato da come quell’uomo provasse un amore essenziale, quasi non accorgendosi dei gesti naturali e delle forme che creava. Cadde a terra, sfinito: l’aveva amata troppo la sua opera e per Amore dell’arte a volte anche gli uomini grandi come i Giganti, con un occhio solo come i Ciclopi diventano bambini dal volto purpureo e dagli occhi ammiccanti.

Si inginocchiò di fronte a quell’angelo che l’”Essere-che-non-ha-tempo”, fornendosi del dono che aveva dato alle sua mani, gli aveva regalato, l’ultima opera d’un uomo che moriva di fronte a due ali bianche.
E una lacrima scese dal volto della pietra, segno che anche le rocce hanno un’ anima…

4 dicembre 2009

La mia terra è meravigliosa e disgraziata, un incubo dal quale ti svegli contento di esserci. E’ un paradosso infinito.

Per chi è lontano è tristezza e nostalgia del ritorno. Per chi rimane, una continua immagine in bianco e nero, irritante quanto basta per incazzarsi con se stessi…

E’ un triangolo chiuso agli sguardi indiscreti di chi ci osserva e non può capire; è un recinto fatto di mura piene di vetri di bottiglia rotti da dove non riesci a scappare.

Cinque milioni di volti pazienti, arsi dal sole, resi forti dal sudore e dalla passione, dagli itinerari e dalle dominazioni, sempre pronti ad accogliere lo straniera che di noi non capirà nulla, ma al quali supini chiediamo speranza.

Com'è difficile essere siciliani..!!!
Siamo uno stereotipo, un modello distorto per il resto del mondo.
Ma noi siciliani non siamo tutti uguali. I veri siciliani sudano, lavorano, ci credono, soffrono e rimangono legati a questa terra meravigliosa e disgraziata. I veri siciliani rimangono attaccati all'odore di agrume, fin quando non lo sentono tre metri sotto terra.
I veri siciliani amano e patiscono, sono mezzosangue e per questo cordiali col fratello straniero, sono frontiera di confine e civiltà, limite invalicabile per chi siciliano non è.
Siamo una parte di tutto ciò che abbiamo incontrato lungo la nostra straordinaria storia:
mezzi cattolici e mezzi musulmani; un pò Pirandello, ma anche Sciascia; siamo l'Etna ed il barocco, il buon vino rosso e la valle dei templi; Bufalino e Quasimodo, Falcone e Borsellino. Siamo migranti ed ospitali, emotivi e passionali, siamo "quando ci pare", ma anche "sempre con tutto il cuore"; siamo Mattarella e Pio La Torre; la povertà e la ricchezza d'animo; siamo Verga e Camilleri, Impastato e Don Puglisi.!

Per questo credo che la Sicilia sia una delle tante possibilità, una indescrivibile situazione esistenziale, un modo d'essere e di fare, oltre tutto e tutti, oltre il mediterraneo, fors’anche contro noi stessi….

20 novembre 2009



Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
La vita è essenzialmente, mi diceva il mio prof di Filosofia, esercizio di morte. Quella che è stata dipinta come la bestia nera, come la cessazione di ogni attività fisiologica allora, mi chiesi io, non era poi così male?! Il solito frutto dei paradossi dei secoli.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Stando davanti al proprio io, l’unico vero interlocutore delle proprie intime conversazioni, lo specchio immentibile di ciò che non è apparenza, o che non può esserlo in eterno, vediamo ciò che saremo in un progressivo sgretolarsi del nostro corpo, contenitore che limita lo spazio della nostra anima

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Non credo che morire, o maledire le bare, oggetti che sostituiscono i corpi come involucro di ciò che spereremmo possa essere anchilosato prima nella cute, poi nel mogano cambi la sostanza delle cose. Ed ancora una volta è il sol levante, il nascere perituro del giorno, la coscienza orientale a salvare ciò che l’imbrunire ci ha consegnato come cessat, pianto, estinzione della specie. Se pensassimo che morire non è perire, ma lasciare un contenitore, un corpo, non faremmo della morte un tabù che è 500 volte superiore a quello del sesso o delle droghe. Quando capita di parlare di morte, fra le superstizioni medievali, e un diniego e gli sguardi come se fossi allo strenuo di una grande bestemmia a cuore aperto, ci si sente avvolti in grande alone di tristezza. Ci siamo mai chiesti il perché?
Tu sei un avvocato, un commercialista, uno studente, un dentista, un architetto, un esimio notaio, un operaio, un contadino o anche nulla. Questo ci fa paura della morte: il sapere di dover lasciare la bella villa che ci siamo costruiti col sudore del lavoro, della nostra professione, sfruttati e repressi 5 giorni su 7;, mentre i germogli crescono, le rondi si cibano, il sole infuoca; è l’antenna parabolica sulle nostre teste che non vogliamo lasciare, il sogno che ci immedesima con gli idioti del tubo catodico; è la borsa prada o le scarpe martini, la mercedes piuttosto che il nokia, nostra moglie e i figli. Questo ci terrorizza della morte: perdere ciò che abbiamo accumulato. Ma la vita è esercizio di morte.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Ma ricordati, quando sarò morto che: io ci sarò. Ci sarò su nell'aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole.
Nel silenzio."

16 novembre 2009



Mi sono sforzato di crederci, di assaporarne le gioie infinite e la passione di Eros, gli scambi irregolari della Philia, le dolci carezze dell’Agape. Girai le spalle, lo derisi, corsi furioso, lo tradì, poi ritornai fra le sue braccia e la Pazzia mi colpì e caddi come corpo morto cade….

Non è univoco, ne chiudibile in schemi preconfezionati da surgelare per mantenerlo vivo; vive alimentando se stesso coll fuoco della passione, degli sguardi, della angoscia, mai banale né scontato.
E’ credere, alzarsi ogni mattina e guardare oltre l’orizzonte che ci sta davanti e ripeterci che oggi è un giorno buono per gioire, ma anche per inginocchiarsi da soli in una stanza buia e piangere.
E’ il suono delicato di un’ oboe nella foresta, fra gli stranieri che non parlano la tua lingua, eppure sento ciò che sei.
E’ il canto traboccante dell’organo d’un Chiesa spoglia, dolce desiderio di rugiada dei petali che accarezzano lo spirito.
È il volo del gabbiano, che calibra le ali con impercettibile movimento.
È il dolce cammino del granchio che erra e torna sui suoi passi.
E’ Luna calante che si specchia nell’oscura sfera celeste;
mentre tutto le ricorda il suo dolce amore inciso sulle stanche rughe della faccia nascosta.
Come il lieve vento del ricordo, che riveste di poesia le anime, dona ancora l’ultima fioca luce ai suonatori che persistono alla triste morte del meriggio.
E medita, ascolta, piange ed osserva i teneri amanti al cielo consacrati, e solo per loro, notte dopo notte, risale con fatica una scala fatta di stelle.

E migra in quella solitudine per andare incontro a chi ne ha bisogno.

5 novembre 2009


Fato, caso, Dio, dado, illusione, grande ironia o credenza. Il destino, parola usata ed abusata.

«Il carattere di un uomo è il suo destino» recitava Eraclito. O ancora: “Il destino è spesso una comoda giustificazione per illuderci che tutto quanto accade non dipende da noi, ma da una forza misteriosa capace di trasformare i sogni in realtà e le nostre azioni in un fallimento”.

“Il destino è il nome che gli stolti danno al disegno di Dio”, dicevano altri. In questo sta tutta la contrapposizione, il dualismo che la parola in se contiene.

E le domande con risposte illusorie, quali: siamo davvero liberi, o un’oscura mano tiene le file di questo grande teatro chiamato vita? Prima del nostro concepimento, è segnato tutto il percorso della nostra vita? Ci sono eventi, che possono modificare il corso della nostra storia personale?

La grande domanda che i fatalisti, coloro che asseriscono che un destino dietro le nostre azioni c’è, evitano di porsi è: se Dio, il fato, il destino, chiamiamolo come vogliamo, esiste, c’è, influisce sulle nostre vite, scrive anzitempo una storia di cui solo dopo saremo protagonisti, perché scrive il male nel mondo? Se Dio sa che un bimbo dovrà nascere malato, perché non previene o evita; così come per le guerre o le catastrofi?!

La semplice risposta “ci mette alla prova” suona strana e minimalista e riduttiva agli immanentisti, che in cuor loro nutrono un profondo scetticismo verso la visione non libera del nostro percorso.

Chiamatela come volete, credeteci o meno, ma c’è una piccola verità, che è data da un attimo, una scelta, o forse una coincidenza, è l’attimo esatto dello sliding doors, per il quale un solo millesimo di secondo basta a modificare o decidere se ci sarà una vita piuttosto che un'altra, una reazione al nichilismo o un tuffo verso l’altro. Cari amici, la verità è una, ma non è la sola:

Il destino ci affascina, ci intriga, incuriosisce, eccita.. ed è per questo, che ci crediate o no, che quando ogni mattina vi svegliate pensate che anche oggi ce l’avete fatta….